GIORNATA DELLA MEMORIA al centro anziani di piazza Brin

 


COMUNICATO PER L’EVENTO DEL 27/01/2026 AL CENTRO ANZIANI DI PIAZZA BRIN

Martedì 27 gennaio 2026 alle ore 17 inizierà la commemorazione della Giornata della Memoria 2026 da parte del Centro anziani di piazza Brin, in occasione dell’81° Anniversario della Liberazione del campo di sterminio e lavoro forzato di Auschwitz-Birkenau (27/01/1945) da parte dell’Armata Rossa dell’Unione Sovietica che salvò i pochi sopravvissuti trovandoli denutriti e sfiniti dagli stenti, dalla fame.

Il nostro evento prevede la lettura di brani sulla Memoria e dell’importanza di mai dimenticare ciò che è stato, perché mai più si ripeta. Si invitano tutti gli iscritti e gli amici del Centro anziani a partecipare attivamente e di essere presenti per ascoltare.

Ringraziamo il Comune della Spezia, la presidentessa Lorenza Rocca e tutti i volontari attivi nella sede di via Filippo Corridoni 7 alla Spezia.

Riferirsi, per una tempestiva comunicazione, all'indirizzo https://incontridilettura.blogspot.com


Locandina A3


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Rassegna stampa

Rosarydelsud Artnews

http://www.rosarydelsudartnews.com/2026/01/la-spezia-giornata-della-memoria-2026.html?m=1

Città della Spezia ha pubblicato il comunicato inviatogli giovedì 22 gennaio 2026.


Anche la Gazzetta della Spezia ha pubblicato il comunicato inviatogli giovedì 22 gennaio 2026.

Liguria24

Liguriaday

lamialiguria

La Nazione, 27 gennaio 2026

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Gallery

Paolo Luporini


Performance di Giovanni Tabacchiera







Giovanni Tabacchiera


Sandra Micheli


Gian Luigi Ago


Roberto Di Maio


Daniela Feltrinelli


Beatrice Daneri


Massimo Marasco


Sandra Micheli

Margherita Bertella

Silvia Arfaioli


Giovanni Tabacchiera


Gabriella Crovara


Giovanni Ponzanelli


Oretta Iacopini


Paolo Putrino

(Foto di Daniela Feltrinelli ed Ercole Buoso)

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Testo letture

Paolo Luporini

Buonasera a tutte e a tutti,

noi collaboratori del Centro anziani di piazza Brin (faccio i nomi): Maria Letizia Amadi, Sandra Micheli, Paolo Luporini, Giovanni Tabacchiera, Gian Luigi Ago, Massimo Marasco, Margherita Bertella, Silvia Arfaioli, Roberto Di Maio, Beatrice Daneri, abbiamo collaborato per preparare questa Giornata della Memoria 2026 per il Centro anziani, ispirandoci letteralmente al dettato del Parlamento italiano. Ne do lettura, in sintesi.

LEGGE 20 luglio 2000, n. 211 Istituzione del "Giorno della Memoria" in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti.

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA Promulga la seguente legge: Art. 1 1. La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati. Art. 2 1. In occasione del "Giorno della Memoria" di cui all'articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell'Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere.

Giovanni Tabacchiera

La frase emblematica di Primo Levi in “Se questo è un uomo” che sottolinea la necessità della memoria per evitare il ripetersi delle tragedie è: "Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre". Questa citazione, posta nell'ultima pagina, evidenzia come la conoscenza del passato, anche se dolorosa da comprendere appieno, sia l'unico antidoto contro la ripetizione di orrori, invitando i lettori a non dimenticare per preservare l'umanità.

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Sandra Micheli

Abbiamo pensato, come abbiamo evidenziato nelle immagini della locandina, che presenta un alto reticolato contornato dalla neve, di rappresentare il gelo del 27 gennaio 1945, giorno in cui i nazisti abbandonarono il campo di sterminio di Auschwitz e i militari dell’Armata Rossa sovietica liberarono i sopravvissuti rifocillandoli e assistendoli, documentando le fosse comuni, le nudità dei cadaveri, i forni crematori. Lo sterminio colpiva con il lavoro forzato (Auschwitz-Birkenau era una enorme fabbrica bellica), con la fame, il gelo, le punizioni, le impiccagioni, le decapitazioni, le umiliazioni, in un sistema concentrazionario terribile che annientava le persone in quanto persone. Non più persone, ma numeri, tatuati sul braccio, e contraddistinti da triangoli o stelle a sei punte cucite su una giacca a righe verticali. Quei triangoli, quelle stelle, si riferivano a categorie dettate dai nazisti, che intendevano distinguere i deportati in base alle loro origini o alle loro supposte colpe e pericolosità. I bambini e i vecchi, gli anziani e i deportati non idonei alle Selezioni venivano immediatamente eliminati e passati per il camino ad opera di nuclei di SonderKommando, che periodicamente venivano anch’essi eliminati per non lasciare testimoni dell’enormità dello sterminio.

A queste distinzioni tra persone vogliamo impostare la nostra Giornata della Memoria.

La categoria più numerosa per vittime è quella degli ebrei, che ha un sottogruppo, gli ebrei politici.

Tra gli ebrei, vorremmo ricordare la persona di Simone Veil, che, sopravvissuta, rivestì nel dopoguerra importanti ruoli sia in Francia sia in Europa.

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Gian Luigi Ago

Simone Veil, sopravvissuta francese all'Olocausto e deportata ad Auschwitz, diventata poi Ministro della Sanità in Francia (promotrice della legge sull'aborto) e prima Presidente donna del Parlamento Europeo, simboleggia la memoria della Shoah e l'impegno per i diritti umani e un'Europa unita. 

  • Nata Simone Jacob a Nizza nel 1927, fu deportata nel 1944 con la sua famiglia ad Auschwitz, dove le fu tatuato il numero di matricola 78.651. Sopravvisse alla prigionia e alla marcia della morte, tornando in Francia dopo la guerra. È conosciuta con il cognome del marito e si può facilmente confondere con Simone Weil, che, pur essendo stata un’importante intellettuale e un’attiva militante contro il fascismo, riuscì a scampare dall’arresto e a continuare la sua battaglia da Londra, dove si era rifugiata.
  • Dopo gli studi in giurisprudenza, intraprese la carriera di magistrato e si dedicò alla riforma carceraria e ai diritti umani. Nel 1974 fu nominata Ministro della Sanità nel governo di Jacques Chirac, promuovendo con successo la "Legge Veil" che depenalizzava l'aborto.
  • Nel 1979 divenne la prima donna Presidente del Parlamento Europeo eletto direttamente, guidando l'istituzione con l'obiettivo di costruire un'Europa unita e riconciliata.
  • Eredità: Ha continuato la sua attività politica e sociale, presiedendo la Fondazione per la Memoria della Shoah. Nel 2008 fu eletta all'Académie française, e nel 2018 fu sepolta al Panthéon di Parigi, riconoscimento riservato ai grandi uomini e donne della nazione francese, portando con sé il numero di Auschwitz sulla sua spada accademica, a testimonianza del suo passato e della sua visione.

Simone Veil incarnò la testimonianza viva degli orrori dei campi e la speranza di costruire un futuro di pace, giustizia e unità in Europa. 

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Roberto Di Maio

Se questo è un uomo  di Primo Levi

Capitolo I: Il viaggio 

Ero stato catturato dalla Milizia fascista il 13 dicembre 1943. Avevo ventiquattro anni, poco senno, nessuna esperienza, e una decisa propensione, favorita dal regime di segregazione a cui da quattro anni le leggi razziali mi avevano ridotto, a vivere in un mio mondo scarsamente reale, popolato da civili fantasmi cartesiani, da sincere amicizie maschili e da amicizie femminili esangui. Coltivavo un moderato e astratto senso di ribellione. Non mi era stato facile scegliere la via della montagna, e contribuire a mettere in piedi quanto, nella opinione mia e di altri amici di me poco più esperti, avrebbe dovuto diventare una banda partigiana affiliata a «Giustizia e Libertà». Mancavano i contatti, le armi, i quattrini e l'esperienza per procurarseli; mancavano gli uomini capaci, ed eravamo invece sommersi da un diluvio di gente squalificata, in buona e in mala fede, che arrivava lassù dalla pianura in cerca di una organizzazione inesistente, di quadri, di armi, o anche solo di protezione, di un nascondiglio, di un fuoco, di un paio di scarpe. A quel tempo, non mi era stata ancora insegnata la dottrina che dovevo più tardi rapidamente imparare in Lager, e secondo la quale primo ufficio dell'uomo è perseguire i propri scopi con mezzi idonei, e chi sbaglia paga; per cui non posso che considerare conforme a giustizia il successivo svolgersi dei fatti. Tre centurie della Milizia, partite in piena notte per sorprendere un'altra banda, di noi ben più potente e pericolosa, annidata nella valle contigua, irruppero in una spettrale alba di neve del nostro rifugio, e mi condussero a valle come persona sospetta. Negli interrogatori che seguirono, preferii dichiarare la mia condizione di «cittadino italiano di razza ebraica», poiché ritenevo che non sarei riuscito a giustificare altrimenti la mia presenza in quei luoghi troppo appartati anche per uno «sfollato», e stimavo (a torto, come si vide poi) che l'ammettere la mia attività politica avrebbe comportato torture e morte certa. Come ebreo, venni inviato a Fossoli, presso Modena, dove un vasto campo di internamento, già destinato ai prigionieri di guerra inglesi e americani, andava raccogliendo gli appartenenti alle numerose categorie di persone non gradite al neonato governo fascista repubblicano. Al momento del mio arrivo, e cioè alla fine del gennaio 1944, gli ebrei italiani nel campo erano centocinquanta circa, ma entro poche settimane il loro numero giunse a oltre seicento. Si trattava per lo più di intere famiglie, catturate dai fascisti o dai nazisti per loro imprudenza, o in seguito a delazione. Alcuni pochi si erano consegnati spontaneamente, o perché ridotti alla disperazione dalla vita randagia, o perché privi di mezzi, o per non separarsi da un congiunto catturato, o anche, assurdamente, per «mettersi in ordine con la legge». V'erano inoltre un centinaio di militari jugoslavi internati, e alcuni altri stranieri considerati politicamente sospetti. L'arrivo di un piccolo reparto di SS tedesche avrebbe dovuto far dubitare anche gli ottimisti; si riuscì tuttavia a interpretare variamente questa novità, senza trarne la più ovvia delle conseguenze, in modo che, nonostante tutto, l'annuncio della deportazione trovò gli animi impreparati. Il giorno 20 febbraio i tedeschi avevano ispezionato il campo con cura, avevano fatte pubbliche e vivaci rimostranze al commissario italiano per la difettosa organizzazione del servizio di cucina e per lo scarso quantitativo della legna distribuita per il riscaldamento; avevano perfino detto che presto un'infermiera avrebbe dovuto entrare in efficienza. Ma il mattino del 21 si seppe che l'indomani gli ebrei sarebbero partiti. Tutti: nessuna eccezione. Anche i bambini, anche i vecchi, anche i malati. Per dove, non si sapeva. Prepararsi per quindici giorni di viaggio. Per ognuno che fosse mancato all'appello, dieci sarebbero stati fucilati. Soltanto una minoranza di ingenui e di illusi si ostinò nella speranza: noi avevamo parlato a lungo coi profughi polacchi e croati, e sapevamo che cosa voleva dire partire. Nei riguardi dei condannati a morte, la tradizione prescrive un austero cerimoniale, atto a mettere in evidenza come ogni passione e ogni collera siano ormai spente, e come l'atto di giustizia non rappresenti che un triste dovere verso la società, tale da potere accompagnarsi a pietà verso la vittima da parte dello stesso giustiziere. Si evita perciò al condannato ogni cura estranea, gli si concede la solitudine, e, ove lo desideri, ogni conforto spirituale, si procura insomma che egli non senta intorno a sé l'odio o l'arbitrio, ma la necessità e la giustizia, e, insieme con la punizione, il perdono. Ma a noi questo non fu concesso, perché eravamo troppi, e il tempo era poco, e poi, finalmente, di che cosa avremmo dovuto pentirci, e di che cosa venir perdonati? Il commissario italiano dispose dunque che tutti i servizi continuassero a funzionare fino all'annunzio definitivo; la cucina rimase perciò in efficienza, le corvées di pulizia lavorarono come di consueto, e perfino i maestri e i professori della piccola scuola tennero lezione a sera, come ogni giorno. Ma ai bambini quella sera non fu assegnato compito. E venne la notte, e fu una notte tale, che si conobbe che occhi umani non avrebbero dovuto assistervi e sopravvivere. Tutti sentirono questo: nessuno dei guardiani, né italiani né tedeschi, ebbe animo di venire a vedere che cosa fanno gli uomini quando sanno di dover morire. Ognuno si congedò dalla vita nel modo che più gli si addiceva. Alcuni pregarono, altri bevvero oltre misura, altri si inebriarono di nefanda ultima passione. Ma le madri vegliarono a preparare con dolce cura il cibo per il viaggio, e lavarono i bambini, e fecero i bagagli, e all'alba i fili spinati erano pieni di biancheria infantile stesa al vento ad asciugare; e non dimenticarono le fasce, e i giocattoli, e i cuscini, e le cento piccole cose che esse ben sanno, e di cui i bambini hanno in ogni caso bisogno. Non fareste anche voi altrettanto? Se dovessero uccidervi domani col vostro bambino, voi non gli dareste oggi da mangiare? Nella baracca 6 A abitava il vecchio Gattegno, con la moglie e i molti figli e i nipoti e i generi e le nuore operose. Tutti gli uomini erano falegnami; venivano da Tripoli, attraverso molti e lunghi viaggi, e sempre avevano portati con sé gli strumenti del mestiere, e la batteria di cucina, e le fisarmoniche e il violino per suonare e ballare dopo la giornata di lavoro, perché erano gente lieta e pia. Le loro donne furono le prime fra tutte a sbrigare i preparativi per il viaggio, silenziose e rapide, affinché avanzasse tempo per il lutto; e quando tutto fu pronto, le focacce cotte, i fagotti legati, allora si scalzarono, si sciolsero i capelli, e disposero al suolo le candele funebri, e le accesero secondo il costume dei padri, e sedettero a terra a cerchio per la lamentazione, e tutta notte pregarono e piansero. Noi sostammo numerosi davanti alla loro porta, e ci discese nell'anima, nuovo per noi, il dolore antico del popolo che non ha terra, il dolore senza speranza dell'esodo ogni secolo rinnovato. L'alba ci colse come un tradimento; come se il nuovo sole si associasse agli uomini nella deliberazione di distruggerci. I diversi sentimenti che si agitavano in noi, di consapevole accettazione, di ribellione senza sbocchi, di religioso abbandono, di paura, di disperazione, confluivano ormai, dopo la notte insonne, in una collettiva incontrollata follia. Il tempo di meditare, il tempo di stabilire erano conchiusi, e ogni moto di ragione si sciolse nel tumulto senza vincoli, su cui, dolorosi come colpi di spada, emergevano in un lampo, così vicini ancora nel tempo e nello spazio, i ricordi buoni delle nostre case. Molte cose furono allora fra noi dette e fatte; ma di queste è bene che non resti memoria. Con la assurda precisione a cui avremmo più tardi dovuto abituarci, i tedeschi fecero l'appello. Alla fine, - Wieviel Stück? - domandò il maresciallo; e il caporale salutò di scatto, e rispose che i «pezzi» erano seicentocinquanta, e che tutto era in ordine; allora ci caricarono sui torpedoni e ci portarono alla stazione di Carpi. Qui ci attendeva il treno e la scorta per il viaggio. Qui ricevemmo i primi colpi: e la cosa fu così nuova e insensata che non provammo dolore, nel corpo né nell'anima. Soltanto uno stupore profondo: come si può percuotere un uomo senza collera? I vagoni erano dodici, e noi seicentocinquanta; nel mio vagone eravamo quarantacinque soltanto, ma era un vagone piccolo. Ecco dunque, sotto i nostri occhi, sotto i nostri piedi, una delle famose tradotte tedesche, quelle che non ritornano, quelle di cui, fremendo e sempre un poco increduli, avevamo così spesso sentito narrare. Proprio così, punto per punto: vagoni merci, chiusi dall'esterno, e dentro uomini donne bambini, compressi senza pietà, come merce di dozzina, in viaggio verso il nulla, in viaggio all'ingiù, verso il fondo. Questa volta dentro siamo noi. Tutti scoprono, più o meno presto nella loro vita, che la felicità perfetta non è realizzabile, ma pochi si soffermano invece sulla considerazione opposta: che tale è anche una infelicità perfetta. I momenti che si oppongono alla realizzazione di entrambi i due stati-limite sono della stessa natura: conseguono dalla nostra condizione umana, che è nemica di ogni infinito. Vi si oppone la nostra sempre insufficiente conoscenza del futuro; e questo si chiama, in un caso, speranza, e nell'altro, incertezza del domani. Vi si oppone la sicurezza della morte, che impone un limite a ogni gioia, ma anche a ogni dolore. Vi si oppongono le inevitabili cure materiali, che, come inquinano ogni felicità duratura, così distolgono assiduamente la nostra attenzione dalla sventura che ci sovrasta, e ne rendono frammentaria, e perciò sostenibile, la consapevolezza. Sono stati proprio i disagi, le percosse, il freddo, la sete, che ci hanno tenuti a galla sul vuoto di una disperazione senza fondo, durante il viaggio e dopo. Non già la volontà di vivere, né una cosciente rassegnazione: ché pochi sono gli uomini capaci di questo, e noi non eravamo che un comune campione di umanità. Gli sportelli erano stati chiusi subito, ma il treno non si mosse che a sera. Avevamo appreso con sollievo la nostra destinazione. Auschwitz: un nome privo di significato, allora e per noi; ma doveva pur corrispondere a un luogo di questa terra.

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Daniela Feltrinelli

Terezìn: una città fortezza e di frontiera costruita nel 1780 dall'imperatore Giuseppe II e dedicata alla madre Maria Teresa da cui appunto il nome. Diventò tra iI 1942-44, nel periodo cruciale della seconda guerra mondiale, il "ghetto dell'infanzia". Vi furono rinchiusi circa 15.000 bambini strappati al loro genitori,  sottoposti ad un brutale regime di vita. A gruppi furono trasportati ad Auschwitz e qui avvelenati o bruciati nei forni crematori, le loro ceneri disperse. Dei quindicimila ragazzi soltanto un centinaio erano ancora vivi al momento della liberazione da parte delle truppe sovietiche. A Terezìn si consumò una delle più mostruose invenzioni della follia nazista: Terezìn è pertanto divenuta una incancellabile ferita della storia dell'umanità. Uomini e donne di straordinaria sensibilità, anch'essi deportati, destinati alla sorveglianza dei ragazzi, in quella allucinante situazione riuscirono a mantenere vivo in essi il senso della vita e della speranza facendoli lavorare e studiare, distribuendo a tutti quel calore umano e affettivo tanto necessari nell'età infantile. È merito loro se oggi possiamo offrire alla riflessione di tutti noi le testimonianze di questa incredibile vicenda della storia moderna. I 4000 disegni, le 66 poesie che ci sono così pervenute sono oggi custodite nel Museo Ebraico di Praga.

...Siamo abituati a piantarci in lunghe file

alle sette del mattino a mezzogiorno e alle sette di sera

con la gavetta in pugno per un po' di acqua tiepida

dal sapore di sale o di caffè

o, se va bene, per qualche patata.

Ci siamo abituati a dormire senza letto,

a salutare ogni uniforme scendendo dal marciapiede

e risalendo poi sul marciapiede.

Ci siamo abituati agli schiaffi senza motivo,

alle botte e alle impiccagioni.

Ci siamo abituati a vedere la gente morire

nei propri escrementi,

a veder salire in alto la montagna delle casse da morto,

a vedere i malati giacere nella loro sporcizia

e i medici impotenti.

Ci siamo abituati all'arrivo periodico di un migliaio di infelici

e alla corrispondente partenza di un altro migliaio di esseri

ancora più infelici.

Estratto da un testo in prosa di un ragazzo di quindici anni, Peter Fischl (nato il 9/9/1929) morto ad Auschwitz nel 1944.

Circa quindicimila ragazzi sotto i 15 anni hanno soggiornato a Terezìn. Ne sono tornati meno di cento.

Quindicimila bambini (di Daniela Feltrinelli, da Tutto merita un canto)

Rinchiusi nel ghetto, nella fortezza di Terezìn,

quindicimila bambini vivevano lì.

Perché i Tedeschi avevano detto ai rabbini

che lì i bambini meglio sarebbero stati,

che si sarebbero addirittura salvati.

Quindicimila bambini sopravvivevano là,

e là stranamente c’era un'insolita scuola,

forse tenuta segreta.

C'erano brave maestre, forse clandestine,

che liberamente e ripeto liberamente

li facevano scrivere e disegnare!

Così i quindicimila bambini rinchiusi nella fortezza di Terezìn

ebbero la libertà: libertà di pensare che cos'era la vita,

libertà di esprimere la paura

e i ricordi

libertà di immaginare che cos'era la libertà...

Prima di morire (ne rimasero cento),

quindicimila bambini rinchiusi nel ghetto di Terezìn

furono finalmente liberi...

Guardate i loro disegni,

leggete le loro poesie:

vedrete coi loro occhi incantati e disperati

sentirete con le loro parole palpitanti di umanità

il profumo della vita e della libertà...

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Beatrice Daneri

Profumo di libertà

Stremato ero seduto sulla riva di un fosso,

aspettavo la fine alle mie spalle un colosso.

Una voce grottesca,

anzi oserei cagnesca, grida.

Fredda, dura, forte e potente.

Per poi dirmi: è finita,

la tua amata è in vita.

Sii fiero di lei, poco prima di quel cancello è scappata,

sii fiero soldato, ma è viva grazie alla sua lunghissima cavalcata.

È finita soldato, sii libero,

prendi il sentiero per la libertà,

prima che arrivi la condanna

e tu sia l’ennesimo ridotto in cenere da quella maledetta fiamma.

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Massimo Marasco

Per ciò che riguarda i deportati politici, è doveroso parlare di “Nacht und Nebel" (Notte e Nebbia), che fu un ordine segreto del regime nazista durante la Seconda Guerra Mondiale, finalizzato a far sparire i prigionieri politici dell'Europa occupata, facendoli svanire nel nulla, come se fossero stati inghiottiti dalla notte e dalla nebbia, spesso dopo essere stati trasferiti in Germania e sottoposti a lavori forzati o giustiziati, lasciando le loro famiglie all'oscuro del loro destino, un sistema usato per terrorizzare la resistenza e indebolire le nazioni occupate. Lo scopo era: Eliminare i nemici politici (resistenti, sabotatori, ecc.) senza lasciare tracce, per terrorizzare la popolazione e impedire la nascita di movimenti di resistenza organizzati.

I prigionieri venivano prelevati di notte dalle loro case e fatti sparire. Trasferiti in Germania, impiegati come lavoratori forzati nelle industrie belliche e, se sopravvivevano, rilasciati in condizioni debilitanti, oppure giustiziati senza processo o notifica alle famiglie. Si trattava di una politica di occultamento delle persone scomparse, utilizzata per annientare la resistenza in modo che "la notizia della loro scomparsa non superasse i confini del Reich", generando incertezza e paura.

Le storie dei politici deportati nei lager nazisti sono numerose e dolorose, includendo antifascisti, partigiani e oppositori politici, come Carmelo Salanitro (insegnante di Catania ucciso a Mauthausen dopo aver protestato contro la guerra) e ufficiali catturati dopo l'8 settembre 1943, che rifiutarono il giuramento ai tedeschi e subirono il destino degli IMI (Internati Militari Italiani), spesso finendo a Mauthausen e sottocampi come Ebensee.

Queste vicende, narrate da sopravvissuti come Liliana Segre, evidenziano la dura realtà della deportazione politica, caratterizzata da lavoro coatto, fame, malattie e una forte repressione, con figure importanti che subirono torture, lavori forzati e morte, spesso senza che le famiglie sapessero nulla, grazie al decreto Nacht und Nebel. Da città come Prato, centinaia di antifascisti (scioperanti, partigiani) furono deportati a Mauthausen, Gusen, Ebensee, con pochissimi sopravvissuti. Le cause della Deportazione erano la Lotta antifascista e la Resistenza, gli scioperi e l’attività di propaganda, l’opposizione al regime nazifascista. Le occasioni per la deportazione potevano essere pure gli arresti di ostaggi in rappresaglia. Quali erano le condizioni e le destinazioni nei Campi, per i deportati politici? Mauthausen e sottocampi (Ebensee, Gusen, Linz): Lavoro Forzato (Arbeit macht frei): Sfruttamento in cave di pietra e fabbriche, con orari massacranti. La vita nei lager era ridotta a pochi mesi a causa della fame, delle malattie e del lavoro, ma alcuni riuscirono a sopravvivere grazie alla solidarietà e alla resistenza, come testimonia Liliana Segre, della quale è bello ricordare la testimonianza del dono ricevuto da una deportata adulta in cucina che le scolpì una rosa utilizzando una carota. Quella rosa, quel gesto di dono ingenuo, le diedero la forza per superare la tremenda prigionia e sopravvivere psicologicamente.

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Sandra Micheli

Il fiore dell'Olocausto è il crocus giallo. Ai ragazzi delle scuole vengono donati i bulbi da piantare in autunno perché fioriscano per la Giornata della Memoria a rappresentare i bambini ebrei vittime dei nazisti.

Invece, il simbolo della farfalla per la Giornata della Memoria è legato a una poesia scritta da Pavel Friedmann, un giovane ebreo internato nel campo di concentramento. La poesia si intitola “La farfalla”, ed è una riflessione sulla bellezza e la libertà, contrapposte alla durezza e alla sofferenza della prigionia.

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Margherita Bertella

LA FARFALLA, di Pavel Friedmann

L’ultima, proprio l’ultima,

di un giallo così intenso, così

assolutamente giallo,

come una lacrima di sole quando cade

sopra una roccia bianca

così gialla, così gialla!

L’ultima

volava in alto leggera,

aleggiava sicura

per baciare il suo ultimo mondo.

Tra qualche giorno

sarà già la mia settima settimana

di ghetto: i miei mi hanno ritrovato qui

e qui mi chiamano i fiori di ruta

e il bianco candeliere del castagno

nel cortile.

Ma qui non ho visto nessuna farfalla.

Quella dell’altra volta fu l’ultima:

le farfalle non vivono nel ghetto.

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Margherita Bertella

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, la nascita della Repubblica Sociale italiana e della zona dell’Adriatisches Küstenland (il litorale Adriatico – costituito dalle province di Udine, Gorizia, Pola, Fiume e Lubiana) segnavano l’inizio delle deportazioni nei lager delle SS. Rom e sinti, fermati durante il passaggio delle loro carovane, arrestati come “zingari”, considerati ereditariamente asociali e pericolosi, risultano prima inviati alle carceri e successivamente deportati verso i campi di Dachau, Buchenwald, Flossenburg, Ravensbrück, Bergen Belsen, Mauthausen, nei quali sono stati registrati dal 1944.

Negli anni Settanta Vincenz Rose, sinto tedesco, ha eretto nel settore BIIe di Auschwitz-Birkenau il monumento a memoria dei circa 21.000 sinti e rom sterminati nello Zigeunerlager. Nella baracca 32 Josef Mengele conduceva i suoi esperimenti. Nel settore BIIe ci fu una resistenza di Rom e sinti all’ordine di Himmler di sterminarli. Si asserragliarono armati di coltelli e strumenti di lavoro, consci del fatto che da alcune baracche vicine partivano convogli di deportati che non tornavano e si sentiva spesso nel campo l’odore di carne bruciata. Le SS il 16 maggio 1944 si ritirarono ma la loro tattica dei giorni successivi prevedeva la divisione di un gruppo di zingari meticci che aveva servito con onore in guerra. Concessero ai rimasti di salutarli dai reticolati mentre quelli partivano per altri campi. La notte del 2 agosto 1944 gli ultimi quattromila sinti e rom sopravvissuti - uomini, donne e bambini - vennero sterminati. La mattina del 3 agosto il silenzio avvolge lo Zigeunerlager.

Ogni 2 agosto le comunità sinte e rom, insieme alle Istituzioni europee, commemorano il genocidio. 

Il genocidio di Rom e Sinti è da loro chiamato PORRAJMOS (pronuncia italiana: poràimos). Porrajmos letteralmente significa “Grande divoramento” o “Distruzione”, oppure Samudaripen, cioè: “tutti morti”.

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Silvia Arfaioli

«Noi Rom e Sinti siamo come i fiori di questa terra.

Ci possono calpestare,

ci possono eradicare, gassare,

ci possono bruciare,

ci possono ammazzare -

ma come i fiori noi torniamo comunque sempre...»

O ancora…

Non c’era mare ai nostri piedi,

anzi, gli siamo

sfuggiti a malapena,

quando - le disgrazie, si dice, non vengono mai sole -

il cielo d’acciaio ci incatenò il cuore.

Abbiamo pianto invano le nostre madri

davanti ai patiboli,

e ricoperto i bambini morti con fiori di mandorlo

per scaldarli nel sonno, il lungo sonno.

Nelle notti nere ci disseminano

per poi strappare noi posteri alla terra

nelle prime ore del mattino.

Ancora nel sonno ti cerco, erba selvatica e menta:

chiuditi, occhio, ti dico,

e che tu non debba mai vedere i loro volti,

quando le mani diventano pietra.

Per questo l’erba selvatica, la menta.

Ti stanno leggere sulla fronte

quando arrivano i mietitori.

Per tutti i rom, sinti e jenische,

per tutte le donne ebree e gli ebrei,

per gli uccisi di ieri e per quelli di domani.

Mariella Mehr, Notizie dall’esilio

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Paolo Luporini

Un’altra categoria, contraddistinta dal triangolo viola, fu quella dei Testimoni di Geova, in quanto persone che si erano rifiutate di obbedire alle leggi del Terzo Reich, in osservanza alla propria religione, che prevedeva l’obiezione di coscienza, il ripudio della guerra.

Prima delle SS arrivò il fascismo. Arrestati e confinati a cominciare dal 1927 anche per compiacere le autorità della Chiesa in vista del Concordato. Dichiarati fuori legge in Germania nel 1933: iniziava il genocidio per soffocare la loro obiezione di coscienza. Tra il 1927 ed il 1943, in un elenco di 142 persone arrestate in Italia e mandate al confino per motivi religiosi, 83 erano Testimoni di Geova. Con lo scoppio della guerra ventisei furono condannati dal Tribunale speciale fascista, a quasi 190 anni complessivi di carcere per aver diffuso pubblicazioni bibliche che, secondo gli inquirenti, prendendo posizione contro il conflitto, avevano offeso la dignità del duce, del re, del papa e di Hitler. Tra gli arrestati alcune donne, Maria Pizzato e le sorelle Protti. Narciso Riet, nato in Germania da genitori italiani, braccato da fascisti repubblichini e nazisti per diffusione di pubblicazioni bibliche, venne arrestato a Cernobbio e deportato a Dachau.

Un testimone italiano che conobbe l'agghiacciante esperienza dei lager nazisti, Salvatore Doria, detenuto nel carcere di Sulmona, dove scontava undici anni inflittigli dal Tribunale speciale, fu deportato prima a Dachau e poi a Mauthausen. Liberato dagli alleati, ritornò in Italia, ma duramente provato nel fisico morì nel 1951 a 43 anni. Prima di rievocare la drammatıca repressione nazısta, occorre ricordare, a chi in Italia vuole riscrivere i testi di storia, che il fascismo fu maestro di repressione: oltre agli antifascisti, infatti, perseguitò, ben prima delle ignobili leggi razziali del 1938, che avrebbero colpito i cittadini di razza ebraica, i seguaci della Bibbia, come risulta dall'esame di cinque circolari diramate dal Ministero dell’Interno nel periodo 1929-1940, contenute nei fascicoli depositati. I relativamente pochi casi d'arresto e deportazione che colpirono i Testimoni italiani si spiegano con la loro scarsa presenza nella penisola, che secondo le fonti variava da un minimo di 100 ad un massimo di 250 seguaci.

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Giovanni Tabacchiera

Il triangolo rosa indicava gli omosessuali, perseguitati nel Terzo Reich già da molto tempo prima della II Guerra Mondiale. Gli anni dal 1937 al 1939 furono quelli di maggiore intensità della persecuzione. Le forze di pubblica sicurezza aumentarono sempre più le retate, anche grazie alla creazione di una fitta reti di informatori e agenti sotto copertura che agiva con il compito di identificare e arrestare gli omosessuali. Il 4 aprile 1938, infine, la Gestapo emanò una direttiva con cui si autorizzava la deportazione nei campi di concentramento di chi era stato condannato per omosessualità maschile: nei fatti le prime deportazioni risalgono però al 1933. Le ricerche storiche più attendibili stimano che nei dodici anni di regime nazista circa 100mila uomini furono arrestati con l'accusa di essere omosessuali e la metà di questi venne poi condannata dai tribunali. La maggior parte dei condannati scontò la pena nelle prigioni di Stato, mentre tra i 5mila e i 15mila vennero deportati nei lager, all'interno dei quali furono identificati con il triangolo rosa. Nelle prigioni ordinarie e nei lager ai condannati veniva proposta, in cambio di una riduzione della pena, la castrazione. Giudici e ufficiali delle SS che amministravano i campi di concentramento vennero però anche autorizzati a ordinare la castrazione degli internati omosessuali senza il loro consenso. I prigionieri dei campi di concentramento riconosciuti come omosessuali subirono trattamenti disumani e terribili torture fisiche e psichiche. Nei lager furono usualmente tenuti separati dagli altri internati, circostanza che rendeva difficile creare quelle reti di supporto con gli altri prigionieri fondamentali per restare in vita, e nell'assegnazione dei lavori forzati il più delle volte venivano destinati ai compiti di maggiore fatica per portarli rapidamente alla morte. Tra le cause di morte vi furono anche gli aberranti esperimenti clinici ai quali molti vennero sottoposti, attraverso i quali i medici nazisti si proponevano di trovare una "cura" per l'omosessualità. Le possibilità di sopravvivenza erano pertanto molto basse: pur in assenza di statistiche certe, secondo autorevoli ricerche storiche si stima che oltre la metà degli omosessuali deportati morì nei lager.

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Giovanni Tabacchiera

Moltissimi slavi furono deportati e sterminati nei lager nazisti o fascisti ed erano veramente trattati come una specie subumana. Dagli SS e dai camerati italiani. Se ne trovano molte tracce storiche in letteratura e in Rete.

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Silvia Arfaioli

PER NON DIMENTICARE

«Quando i nazisti presero i comunisti,

io non dissi nulla

perché non ero comunista.

Quando rinchiusero i socialdemocratici

io non dissi nulla

perché non ero socialdemocratico.

Quando presero i sindacalisti,

io non dissi nulla

perché non ero sindacalista.

Poi presero gli ebrei,

e io non dissi nulla

perché non ero ebreo.

Poi vennero a prendere me.

E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa.»

Martin Niemöller

Inizialmente, Niemöller, pastore protestante tedesco e un comandante di U-boat della prima guerra mondiale, fu un sostenitore del Führer e del nazionalismo tedesco, credendo che un leader forte potesse restaurare l'onore della Germania. Tuttavia, il suo dissenso nacque quando il regime tentò di controllare la Chiesa protestante, portandolo a rendersi conto che il nazismo richiedeva una devozione totale che non poteva coesistere con la fede religiosa. Nel 1937 fu arrestato e trascorse gli ultimi sette anni del dominio nazista nei campi di concentramento di Sachsenhausen e Dachau.

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Video

Giornata della Memoria 2026 al centro anzisni di piazza Brin
https://youtu.be/KuOnx9or7N8?si=mdK_KV8VOAM8sAPW

Il Viaggio - Primo Levi - Interprete Roberto S. Di Maio
https://youtu.be/ER-DUTIBgDs?si=rNCngVZC17ZQH6up

LA FARFALLA, di Pavel Friedman - Legge Margherita Bertella
https://youtu.be/XIjxuqD05EQ?si=sfnp2EHrBD_erudR

PORRAJMOS - Giornata della Memoria 2026
https://youtu.be/CxG2jch5ORg?si=gJvr9ogqe5xpQFuM

Profumo di Libertà, di Beatrice Daneri
https://youtu.be/9yArvCYoFio?si=QMAVzPjsMC5zBcn8

TEREZÌN, con Daniela Feltrinelli
https://youtu.be/5E6mFhOd6Jw?si=VkzsC-IpnAyQg-Ll

SS contro i disabili e Martin Niemöller






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